D’ANDREA “BOCCIA” L’ALLIEVA GELMINI
tratto dal Bresciaoggi - 08 novembre

I tagli all’università e il “Piano” che si prospetta potrebbero aver vita difficile se scardineranno il carattere pubblico dell’istruzione e della ricerca. Il costituzionalista bresciano Antonio D’Andrea non esclude che si possano sollevare eccezioni di incostituzionalità. E aggiunge un «grado di incertezza assoluta» in riferimento al decreto annunciato da ministro Mariastella Gelmini ieri. «È un provvedimento probabilmente migliorativo – dice D’Andrea - ma ancora non c’è. E sulla base di in provvedimento che non c’è una nota ministeriale ha annullato le elezioni per le commissioni per i concorsi universitari fissate per lunedì 10». Entrare in tali argomenti lo porta con la memoria al lontano 1999, quando Gelmini ha discusso la sua tesi proprio con lui e in quella circostanza si è rivelata una «studentessa non brillante che aveva poca consapevolezza di ciò che aveva scritto».
Non che la riforma del ministro del Miur bresciano abbia qualche attinenza con la tesi della studentessa Gelmini, che aveva ad oggetto l’iniziativa referendaria da parte delle Regioni. E neanche la sua preparazione sul Diritto costituzionale (peraltro buona perché aveva superato brillantemente l’esame qualche anno prima) potrebbe collegarsi all’eventuale incostituzionalità della riforma che porta il suo nome. Ma è difficile astenersi dal sollecitare il professore sulla stesura della tesi di laurea del ministro, appena dopo l’intervista sui dubbi di costituzionalità delle norme legislative che potrebbero essere varate. Di questo si parla, innanzitutto. «Problemi di costituzionalità per la Riforma Gelmini potrebbero esserci – dice D’Andrea – se l’istruzione universitaria fosse appaltata a Fondazioni e dipendesse esclusivamente da finanziamenti privati». Le istituzioni di alta cultura – precisa il costituzionalista – hanno il diritto di darsi statuti autonomi, e lo Stato ha il dovere di finanziare e organizzare direttamente l’istruzione di questo livello. Perciò «non si potrà sopperire ai tagli con l’intervento esclusivo degli enti privati». Il problema sta tutto in quell’«esclusivo». Lo Stato deve garantire l’autonomia delle università, dunq ue deve avere indiscussa voce in capitolo nella programmazione. E «se la riforma fosse interpretata come abdicazione dello Stato stesso, e l’unico modo di bandire i concorsi fosse di farli finanziare dall’esterno – sottolinea D’Andrea – ci sarebbe evidente incostituzionalità».
Tutto sta a vedere, insomma, fin dove si spingerà la riforma. In questi giorni, peraltro, da rettori e studenti non sono mancate critiche a una Finanziaria che «opera tagli per far partire un’altra visone dell’università – dice il professore -, non per razionalizzarla bensì per chiudere molti corsi, molte sedi staccate e ripensare i concorsi».
D’altra parte, il contributo di privati alle università c’è già – ricorda D’Andrea -, enti privati possono avere i loro atenei e contribuire alla gestione di quelli pubblici. Tuttavia, «questa è una fonte di finanziamento parallela e residuale, l’università non si può far dipendere solo da questi finanziamenti». D’Andrea sottolinea che l’istruzione superiore è un «bene pubblico», l’accesso alla cultura è «l’unica leva dello Stato per recuperare il gap dei meno abbienti». E a chiedergli aspettative sul Piano per l’università annunciato dal ministro, non esit a a rispondere che «mi aspetto razionalizzazione dell’esistente e che le università restino patrimonio centrale per il Paese». E poi, «spero di non dover rimpiangere la Gelmini studentessa rispetto alla Gelmini politica».
Siamo sulla porta, stiamo per salutarci, ma si ferma. E nonostante il riserbo e una certa sua ritrosia, con qualche insistenza del cronista si finisce per parlare del ’99, quando fu relatore della tesi di laurea della studentessa (correlatore D’Addabbo e presidente di commissione Prosdocimi). D’Andrea ricorda che nei mesi precedenti Gelmini, al terzo anno fuori corso, si era presentata a lui con una media appena sopra il 99, aveva preparato la sua tesi «con diligenza» e l’aveva consegnata «abbastanza velocemente a pezzi scritti in buon italiano». «Le avevo chiesto di leggere qualche altro saggio, ma ho capito che aveva fretta – dice - che non era interessata ad approfondimenti e mi sono accontentato di quel ‘minimo sindacale’». Tuttavia, «la discussione non è stata particolarmente brillante e ricordo di essermi sorpreso e rammaricato. È uscita con 100/110, cioè con un arrotondamento minimale del voto di partenza».

Trackback URI | Comments RSS

Leave a Reply